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La
nuova impresa consiste nel tentare di attraversare in Egitto il Gran Mare di
Sabbia, uno dei deserti più estesi e meno frequentato di tutto il Sahara.
L'inizio di questa nuova sfida é fissato per il giorno 18 Gennaio 2006,
data di partenza dall'Italia.
L'EGITTO
non è solo le piramidi, Luxor e la valle del Nilo. C'è anche il
Deserto Occidentale, noto nei secoli come Deserto Libico, ribattezzato Great
Sand Sea (Gran Mare di Sabbia) o Western Desert, dopo la seconda guerra mondiale,
aperto agli stranieri solo nel 1989, dopo la piccola guerra tra Libia ed Egitto.
Ancora oggi è una delle aree - grande quasi il doppio dell'Italia - meno
esplorate della Terra.
Il Gran Mare di Sabbia é battuto dal violento vento Khamsin e noto per
le sue micidiali tempeste di sabbia. Questo deserto viene evitato anche dalle
carovane per la totale assenza di acqua.
Stiamo
parlando dello stesso deserto che nel 524 a.C. inghiottì misteriosamente
larmata di 50.000 soldati dellimperatore persiano Cambise diretta
alloasi di Siwa.
Nonostante i diversi tentativi, ancora oggimai nessuno e riuscito ad
attraversarlo a piedi. Stefano vorrebbe tentare lattraversata
in autosufficienza, ossia trainandosi acqua e cibo che serviranno per tutta
lavventura a bordo di uno speciale carrettino con ruote, appositamente
studiato e realizzato per questa avventura. Il peso complessivo delle attrezzature
che Stefano dovrà trainare é pari a 95 Kg (carrettino compreso).
Ad oggi nessun uomo ha mai attraversato un deserto
di sabbia così esteso in questo modo.
La partenza avverrà a sud est dalloasi di Farafra e larrivo
a nord ovest a Siwa. Un tragitto
in linea darea di 450 Km, ma potenziale di oltre 550 Km di percorso
reale in funzione delle percorribilità delle rotte.
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la presentazione ![]()
Note geografiche e storiche:
L'oasi di Siwa, nota per il tempio di Ammone, costruito durante la
XXVI dinastia, uno dei più celebri oracoli dell'antichità, insieme
a quello di Delfo, è a circa 200 chilometri a Sud di Marsa Matruh, sulla
costa mediterranea, 400 chilometri a Ovest dal Cairo, 130 dalla storica Giarabub,
in Libia. Il confine è a una cinquantina di chilometri, e corre rettilineo
per 1200 chilometri dal mare fino in Sudan, coincidendo con il 25o meridiano
a Est di Greenwich. Gli abitanti (diecimila, divisi in nove tribù) sono
di ceppo berbero, come la lingua, e si sentono più libici che egiziani.
Siwa è un immenso palmeto, con orti, olivi e zanzare, affascinante e
remoto, pieno di reperti archeologici.
L'energia
elettrica e la strada asfaltata sono arrivate solo dodici anni fa. L'antico
abitato di pietre e fango, mezzo diroccato - il villaggio fortezza di Shali
- domina da una bassa collina la piazza del mercato, frequentata da mezzi a
motore ma più da carretti trainati da somarelli. A quattro chilometri
dal «centro», sul colle di Aghurmi, tra rovine povere, ma epiche
e spettacolose, sorgono i resti del tempio e dell'oracolo di Ammone che ebbe
pellegrini illustri, oltre ad Alessandro Magno, come i greci Pindaro, Lisandro,
Strabone. Nel palmeto appare poi la straordinaria Sorgente del Sole, o di Cleopatra
(la leggenda vuole che la regina si sia bagnata nelle sue limpide acque), una
grande vasca circolare, quasi una piscina, alimentata da una sorgente naturale.
Oggi serve anche come bagno pubblico. Poco lontano il Gebel el Mawta, «La
Montagna dei Morti», con decine di sepolcri scavati nella collina, alcuni
decorati. Luogo epico e polveroso, sacrale.
A trenta chilometri dall'oasi altre necropoli rupestri, copto- egizie, isolate
e solitarie, i loculi in pareti di tufo, alcuni con resti umani. Ovviamente
saccheggiate da secoli di arredi e suppellettili. A El Arag le tombe, a decine,
occhieggiano dalle pareti di gesso ai lati di una sella ventosa, in una zona
di bizzarri monumenti naturali, frutto dell'erosione eolica, in cui ognuno può
riconoscere forme antropomorfe, animali, edifici, statue. Intorno ci sono, ma
non si vedono, gazzelle, lupi, sciacalli, corvi.
Alcuni
tratti desertici sembrano un mare di onde terrose e frangenti bianchi di sale
e gessi. Unico centro tra Siwa e il Cairo, l'oasi di Baharia, seimila abitanti
(produce datteri, cipolle, olive). Tra i vicoli mucchi di blocchi candidi di
gesso, usati come materiale da costruzione. All'entrata e all'uscita di ogni
oasi, check point dell'esercito, con soldatini in ciabatte e kalashnikov. Dieci
chilometri oltre Siwa, la strada con tracce d'asfalto cessa e diventa pista.
Poi anche questa sparisce e si procede sulle dune, catene allineate e parallele
che arrivano fino oltre il confine con il Sudan, 800 chilometri più a
Sud.
Un territorio vuoto, privo di pozzi; scomparsi gli ultimi rari beduini, e dove
cinque secoli prima di Cristo si perse il favoloso esercito di Cambise: 50 mila
uomini spariti nel nulla con armi, salmerie e carriaggi, probabilmente sepolti
da una titanica tempesta di sabbia scatenata dal Khamsin (che in arabo vuol
dire 50), il vento del Sud che si dice duri appunto 50 giorni, con differente
intensità, tra marzo e aprile. Ma c'è anche un altro mistero tra
le sabbie gialle e ocra: la mitica oasi di Zerzura, che dovrebbe trovarsi da
qualche parte a Ovest dell'oasi di Dakhla.
Citata già nel Medioevo, l'hanno cercata in tanti ma non l'ha trovata
nessuno; a Londra al principio del secolo sorse perfino uno Zerzura Club. La
maggior parte del basamento roccioso del Deserto Occidentale è costituito
di Arenaria Nubiana, che risale al Cretaceo, quando la regione era coperta dal
mare. Ritiratesi le acque rimasero alcuni grandi laghi salati, vaste depressioni
(in cui sorgono le oasi), e resti fossili tra la sabbia o nei conglomerati rocciosi:
coralli, echinodermi, cefalopodi, nummoliti, foraminiferi. Non solo, ma quasi
ovunque il paleosuolo è pieno di frammenti di selci sonore, pietre metamorfiche
lucenti, scaglie calcaree.
Le piogge sono scarsissime (ogni tre, cinque anni), ma le falde sotterranee
(fossili, quindi non rinnovabili), sono abbondanti, anche se profonde. Alcuni
pozzi, recenti, scendono a 1700 metri di profondità. Nell'angolo sud-occidentale
al confine con la Libia e Sudan, oltre a insediamenti neolitici, fu scoperta
negli Anni Venti la Silica Glass, una misterosa pietra verde, trasparente, simile
al vetro, costituita al 98 per cento da biossido di silicio. Poiché si
trova solo in una piccola area di questa lontana parte del mondo, si è
ipotizzato che l'origine sia da attribuire alla fusione della sabbia in seguito
all'impatto con un meteorite.
Nella regione si trovano anche frammenti di folgorite, altro raro minerale vetroso,
in forma di tubicini, che si forma quando il fulmine colpisce e fonde la sabbia.
Incredibile il Deserto Bianco, che circonda la depressione dell'oasi di Farafra:
centinaia di tavolati e pinnacoli bianchi di gesso, modellati dal vento in mille
forme, che spiccano sulla sabbia gialla come enormi meringhe. E intorno milioni
di «oggetti» neri, piccoli minerali di ferro, dalle fogge più
improbabili, che sembrano sculturine, coproliti, schegge di granata, residui
estrusi di fonderia. A Nord di Farafra, fra pietraie piatte scottate dal sole,
si perde all'orizzonte una ridda di montagnole perfettamente coniche, quasi
vulcanelli spenti, alti al massimo cento metri.
In questo
deserto si verificano marcate escursioni termiche che variano da una media annua
di 45,6 °C durante il giorno, a una media minima di 5,6 °C dopo il tramonto.
Durante l'inverno le temperature nel deserto scendono spesso fino a 0 °C.